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lunedì 18 marzo 2019

Diario di bordo "Week end torinese"


Premessa: week end organizzato in quel del 2018 (ottobre 2018 con la precisione!)
Acquistati biglietti per un concerto e subito prenotato B&B con cancellazione gratuita perché insomma, prenotare a ottobre 2018, un qualcosa da fare per marzo 2019, non si sa mai.

Sabato 16/03/19

Ora fissata per la partenza 9.30 circa (magari ce la prendiamo con calma ecco…)
Partenza effettiva ore 11 (con calma!)
Il week end lo avevo pensato così:
Ci facciamo un bel giro in macchina con pausa pranzo da qualche parte, arrivo a Venaria Reale dopo pranzo, passeggiata per il paese, riposo assoluto fino alla sera con cena in uno di quei ristorantini carini lì sul viale, poi concerto ore 21 (tanto sarà vicino all’alloggio, ci andremo a piedi!). Fine concerto, dormita fotonica con sbavino, sveglia domenica mattina “senza sveglia” sempre con calma e poi via a Torino per Museo Egizio con tappa pranzo in uno di quei localini carini lì per la via (ce ne sono così taaaaanti!!), al massimo ore 16 partenza con calma verso casa.

-        NB: se pensate che Torino sia dietro l’angolo, vi sbagliate di grosso. Se pensate che, passata Piacenza, da lì a poco, vedrete la Mole e quindi manca poco alla grande città, vi sbagliate ancora di più!!! Dopo Piacenza siete ad un po’ meno della metà del viaggio.

Siamo arrivati a Venaria Reale alle 15:35 con pausa pranzo all’autogrill. (Vabbè dai…faremo una buona cena la sera, prima del concerto, mi sono detta)
E’ piena estate! 27 gradi, un caldo da morire. Bellissima Venaria. Era come la ricordavo. In questo posto si respira questa magia oltre tempo. Sembra di stare in un film. Iniziamo ad attraversarla a piedi finchè non trovo la via del B&B. Davanti alla porta chiamiamo la signora poiché al campanello non risponde nessuno. Al telefono mi chiede: “ma la prenotazione è per oggi?” e io “certo per oggi, sono sicura”. Volevo aggiungere “immagino non le capiti una prenotazione con più di 6 mesi di anticipo, tanto da dimenticarla, però era proprio per oggi”.

Ci accompagna in stanza. Tutto a Venaria, come a Torino, visto da fuori è vecchio e decadente. Sembrano tutte bettole, finchè non si attraversa la porta. La signora ci ospita in questo appartamentino  graziosissimo, compreso di cucina, tavolo da pranzo e divanetto. Presenza di camere da letto: 3 (green, pink, blue). Ognuno con il bagno in camera. Ci apre la porta della Blue e ci fa entrare. Tutte le pareti azzurre, ogni dettaglio sui toni del cielo. Niente lasciato al caso. (Il B&B si chiama “Il Vicolo della Seta”, e ho prenotato tramite booking se vi può interessare) 3 kg di strada buia e troppo trafficata per poterci andare a piedi. Troviamo una pizzeria d’asporto proprio a fianco e decidiamo di mangiare una pizza al tegamino proprio li. “Lo spuntino 9” si chiama la pizzeria d’asporto, pizza al tegamino con funghi freschi euro 4 (a Ferrara non l’avresti mangiata per meno di 7/8 euro sicuro), servita da una Luciana Littizzetto dei poveri.
Chiediamo quanto dista il teatro per poterci andare a piedi alla sera, per il concerto e la signora ci dice di prendere la macchina perché a piedi è troppo lontano. (vabbè dai, troppo bello se fosse stato vicino). Ci salutiamo con le ultime spiegazioni su come chiudere le porte, appoggiamo le valigie e scendiamo per una passeggiata in centro, per darci un’occhiata attorno. Guardiamo i ristoranti per la cena, ma ci rendiamo conto che aprono quasi tutti alle 19.30 (ok, magari stasera ci accontentiamo di qualcosa di semplice, ma domani pranzo come si deve). Torniamo in stanza, ci prepariamo per il concerto, torniamo dalla macchina e ci avviamo. La signora del b&b aveva ragione. Il teatro dista più di
Ore 20.40 entriamo in teatro. All’entrata i soliti controlli, si trattengono il mio accendino fucsia (non che me ne faccia molto visto che non fumo, ma era fucsia!!!) e l’Autan, poco male…era vuoto. Credevo di trovarmi attorno un sacco di ragazzine imbufalite e invece dai, l’età era mista. Tutti in piedi, il teatro molto grande, il caldo molto caldo.
Il concerto inizia ore 21 in pacca. I Maneskin davvero molto bravi dal vivo. Quel gruppo però, senza il cantante non sarebbe nulla eh?! È lui la vera star di tutto. Tiene il palco come se lo avesse sempre fatto, la voce è davvero bella dal vivo, quasi più bella nelle note basse rispetto a quelle alte, sembra un cd, nessun errore per lui. Sicuramente un tipo di concerto che, per quanto mi riguarda, è stato un po’ “fuori età” (ad un certo punto sono volati reggiseni. Non il mio meno male per il cantante, altrimenti lo avrei steso a faccia in giù sul palco), ma che ho visto volentieri e ho avuto piacere di dare i miei soldi per acquistare i biglietti. E’ sempre bello vedere giovani realizzarsi.
Ore 22.40 il concerto è finito. Torniamo alla nostra camera blue, doccia e ciao ciao mondo!

Domenica 17/03/19

La sveglia non suona, che meraviglia! La mia sveglia naturale però suona eccome, ore 7.30 e sono già con gli occhi aperti. Sento le campane del paese suonare e nient’altro. Sembra impossibile essere a 5 minuti da Torino. Decidiamo di andare a cercare un bar per fare una colazione seria. Nel B&B ci avevano lasciato a disposizione il tè, dei succhi di frutta, del latte, la macchinetta del caffè con le cialde, qualche pasta confezionata, delle marmellate, delle fette biscottate, cereali, biscotti.
Ma siamo in vacanza no?! Andiamo al bar.
Ne scegliamo uno dei tanti, lungo il viale pedonale. Oggi è tornato l’inverno. Aria gelida, piumino, cielo nuvolo, rischio pioggia al 99%. Entriamo e prendiamo due cappuccini, una sfogliatella buonissima con la ricotta e una fettina di torta (tipo tenerina) che mi dicono dalla regia, fosse altrettanto ottima. Prezzo totale della colazione: euro 9.50!!! Venaria: pizza ok, colazione mica tanto!!
Torniamo a riprendere i bagagli e andiamo alla macchina. In tutta questa vacanza la cosa che ci è costata (forse) di più è il parcheggio: a venaria 9 euro di parcheggio in totale e a Torino nel parcheggio in zona Porta Nuova, vicino alla stazione centrale direi, altri 8 euro. Imposto il parcheggio che mi interessa sul navigatore e partiamo. A Torino ci si muove abbastanza bene devo dire. Mi sono trovata bene a guidare per la città. Ovviamente è una grande città con il traffico, piena di semafori (li hanno anche in rotonda, attenzione!) però tutto sommato, con il navigatore, si affronta bene.
Parcheggiamo e ci dirigiamo verso il Museo. Il Museo Egizio di Torino, dovrebbe essere il secondo più grande e ricco di reperti (superato dal primo che è quello di Londra) di tutta Europa e forse anche del mondo? Questo non lo so. Avendo già visto quello di Londra, prima di questo, ho potuto fare un paragone. Ho preferito questo di gran lunga. Forse perché l’età in cui l’ho visto è stata diversa, o forse perché proprio perché è migliore ai miei occhi. In quello di Londra ricordo solo tantissimi reperti in oggetti e poche, pochissime mummie e sarcofagi.
Partendo dal presupposto che non mi piacciono questi tipi di musei, ma preferisco quelli d’arte, questo mi è davvero piaciuto. Sono stata soddisfatta. Il biglietto costa 15 euro. Il museo dista dalla stazione circa 900 mt, che però percorrerete nella via principale della shopping di Torino, dove c’è la Rinascente e tutti negozi di grandi marchi di lusso.
Nei 15 euro sono è compresi l’entrata e l’audio guida con la cuffietta. Il museo è diviso per piani, è ospitato in un palazzo stupendo, antico, ma non so di che anno. Contiene alcuni dei papiri più lunghi e integri, mai trovati al mondo dove vengono racchiuse “le istruzioni” su come affrontare l’entrata nel regno dei morti. I papiri infatti, vengono chiamati anche libri dei morti. Oltre a questi, ospita 24 mummie umane visibili, 17 mummie animali, più tutte le tavole con dipinti, statue ecc…
Gli egizi avevano questa bella usanza: mummificare tutto, anche i muri se avessero potuto probabilmente. Credevano molto di più alla vita dopo la morte, che alla vita stessa. Quindi in pratica, lavoravano (o facevano lavorare il più delle volte) per tutta la loro esistenza per organizzarsi l’aldilà. Creavano queste tombe immense, vere e proprie stanze, nelle quali mettevano il sarcofago o matriosche di sarcofagi, e al suo interno loro stessi (gli egizi erano davvero molto magri. A me ne sarebbero serviti due sarcofagi per il largo per mettermi dentro).Loro stessi privati di alcuni organi come polmoni, intestino, fegato e stomaco nei vasi canopi vicino al corpo, il cervello lo buttavano via (beh cosa farsene del cervello nell’aldilà?! ) e il cuore rimaneva all’interno perché unico organo dell’anima e  della volontà. Otre a tutto questo immenso lavoro di imbalsamazione e estirpazione degli organi, si facevano mettere all’interno della tomba, accessori/oggetti necessari o probabilmente necessari per la non vita futura. Le tombe ospitavano anche statue, che secondo gli egizi dovevano essere la rappresentazione del defunto, e papabili “contenitori” dell’anima.

(Fossi stata un’egiziana, non mi sarebbe bastata qualche camera per contenere tutto quello che avrei voluto avere con me nell’aldilà, ma mi sarebbe servita una casa intera!).
Quello che mi ha fatto più senso sono stati senza dubbio gli animali mummificati, anche se pensandoci, era senza dubbio una civiltà avanti quella egiziana. Facevano tutto ciò per l’animale per portarlo nella vita extraterrena insieme a loro. Non mi ero mai soffermata tanto sul senso di tutto questo. E devo dire che grazie a questo week end fuori porta (ok, diciamo molto fuori porta, oltre il giardino, vicino alle alpi) ho potuto pensare a quanto l’uomo abbia paura del dopo morte, e a come la mente umana possa impegnarsi tanto per darsi risposte dove non le trova.
Il nostro week end a Torino finisce di nuovo con un parcheggio da pagare, un pranzo in autogrill (i ristorantini carini erano pieni con gente fino a fuori dalla porta)con la pioggia, con la voglia di mangiare decentemente e seduti ad un tavolo e con altre 4 ore di macchina per tornare. Perché vi ricordo, Torino NON è di là dalla strada!!!!!!!

mercoledì 13 marzo 2019

Recensione (la mia esperienza): "L'amore che mi resta"

 
"L'amore che mi resta"  di Michela Marzano, è un romanzo di narrativa italiana che mi ha consigliato sempre la professoressa che viene a fare le cure al lavoro da me (mia spacciatrice di titoli di fiducia). Anche questa volta non ha sbagliato. Inutile dirvi che, probabilmente, avrei comprato il libro anche solo per la copertina, che trovo davvero piena di significato ed azzeccata.

L'avevo in libreria da qualche tempo. Non mi convincevo mai a prenderlo in mano perché non mi sentivo pronta ad un libro del genere.

Il romanzo si apre con la perdita, da parte di una madre, della propria figlia Giada.
Tutto il testo si può riassumere in 3 parole:
- identità
- comprensione all'ascolto
- abbandono.
Daria, madre di Giada, si ritrova di colpo, catapultata dentro ad un tunnel buio, dopo la scomparsa della figlia. Accompagneremo questa madre nella sua sofferenza, vissuta in prima  persona. Sofferenza che si rispecchia nelle domande:
Perché te ne sei andata?
Il mio amore non era abbastanza per te?
E tutto questo amore che mi resta, che me ne faccio ora che non ci sei più?
Sono tutte domande alle quali troveremo una risposta insieme alla protagonista, dentro al suo dolore, con il passare del tempo e con l'accettazione di un gesto così tanto crudele verso se stessi, ma altrettanto crudele verso le persone che ci amano e tengono a noi.

A volte si pensa di saper ascoltare, a volte si ascolta con le orecchie, ma non in silenzio leggendo tra le righe. A volte c'è chi ci grida aiuto e noi non riconosciamo la richiesta, il bisoigno.
Può la mancanza di un pezzo del puzzle nella nostra vita, della nostra storia, impedirci d'avere un'identità? Anche se abbiamo ricevuto tutto l'amore del mondo? Anche se nella sfortuna siamo stati tanto fortunati da trovare una nuova madre e un nuovo padre che non ci abbandonerà mai più?
Per Giada tutto ciò non è stato sufficiente per vivere e l'ennesimo rifiuto per trovare le sue origini, da parte del tribunale, l'ha mandata in crisi.

"La frustrazione e la mancanza si imparano subito. Nessuna madre è perfetta. Nessuna madre è capace. Nessuna madre va bene. L'importante è accogliere. E' questo l'amore. Che non ripara niente, ma accetta. Non basta mai, ma soccorre."

Queste libro ci mette davanti a mille riflessioni diverse.
Io non sono madre, ma sono figlia. Non sono madre, ma sono donna. Non posso dire che questo libro mi ha lasciata indifferente. Vi direi una bugia. Non posso o non possiamo nemmeno giudicare una madre o un padre nelle loro scelte. A volte ci sono cose che non sappiamo che danno una spiegazione al tanto dolore che proviamo.

Vi lascio con una delle citazioni tra troverete tra le pagine:
"Non sempre la verità ci aiuta ad amare il mondo, ma senza dubbio ci impedisce di odiarlo".


giovedì 7 marzo 2019

Recensione (la mia esperienza): "il tatuatore di Auschwitz".

Ieri ho finito di leggere un libro che mi ha toccato e volevo parlarvene qui.
Il libro in questione è "Il tatuatore di Auschwitz" di Heather Morris, edito Garzanti.
Il libro mi è stato consigliato da un'amica di cui mi fido e appena ho trovato l'occasione l'ho comprato.
Se andate in libreria lo troverete negli scaffali di narrativa, pur non essendo semplice narrativa, ma una storia vera.
Se potessi decidere io, in libreria aggiungerei una scaffalatura a parte per queste storie, in modo che il lettore che lo va ad acquistare, possa già sapere che è una storia reale, e non di fantasia, per essere preparato prima.

La scrittrice nata in Nuova Zelanda, abita a Melbourne in Australia. Lì conosce il nostro protagonista e insieme a lui, decide di raccontare la sua storia. Prima sotto forma di scenografia, poi successivamente, come romanzo. Per la scrittrice questo diventerà il suo romanzo d'esordio e sicuramente (questo lo dico io) un racconto che le ha cambiato la vita.

Ma partiamo dalla trama:
il nostro romanzo si apre con la presentazione superficiale del  protagonista (che impareremo a conoscere piano piano tramite i suoi ricordi). Lale  si trova catapultato su un treno merci in un viaggio che non sa dove lo porterà, con l'unica informazione da parte dei funzionari statali: "andrai a lavorare per lo stato tedesco".
L'anno è il 1942, e dopo giorni di fame e sete dentro al vagone bestiame, il treno si ferma e lì, li fanno scendere (lui e gli altri) dentro ad un campo di lavoro, marchiati a vita da un numero su un braccio, spogliati dai propri averi, della propria identità, del loro rispetto e autostima.

Per pura fortuna Lale (complice il fatto che conosce 6/7 lingue diverse), si ritroverà a lavorare prima a fianco del tatuatore del campo, e dopo poco ad essere lui stesso il tatuatore in carica.
Si sposterà ripetutamente tra Auschwitz e Birkenau, rigorosamente a piedi e vedrà tutte le fasi di quel genocidio che tutti conosciamo dai libri.
Conoscerà altre persone che diventeranno amici, alcuni diventeranno Famiglia, alcuni  Amore, alcuni  Speranza, altri invece maltrattamenti e dolore, conoscerà la fame, il pericolo, l'infelicità, ma mai perderà lo spirito di sopravvivenza, e la sua mente che sarà la vera forza di tutta la sua persona, e con il motto "salvare anche un solo uomo, è come salvare il mondo intero", arriverà alla fine della guerra cercando l'amore conosciuto all'interno del campo e cercando di ricomporre la sua famiglia per quello che gli è possibile.

Ho apprezzato il modo di scrivere della scrittrice perché racconta i fatti come appunto fossero fatti, cose successe, come un giornale e non come un vero romanzo.
Per quanto mi riguarda è il motivo per il quale sono riuscita a continuare il libro, senza doverlo chiudere per la crudeltà degli avvenimenti.
Mai si dilunga nella descrizione di tutto quello che è stato "spiacevole", poiché credo che il messaggio che vuole far arrivare al lettore, è sì, un messaggio di denuncia, ma anche e soprattutto un messaggio di amore, resistenza e speranza, oltre ogni limite fisico e umano.

Non ho mai letto altri libri sull'olocausto (se non quelli di scuola), ho visto però diversi film.
Questo libro mi ha dato una chiave di lettura un po' diversa e unica della storia e degli avvenimenti.
Spesso, quando giravo la pagina, mi sono chiesta come sia possibile che un uomo possa fare tutto ciò? Che mente malata bisogna avere per fare questo a un qualsiasi altro essere vivente sul pianeta?
Tanti dicono che gli ebrei, come gli zingari, come altri rinchiusi i quei campi, sono stati trattati come animali. Io dico che gli animali non si permetterebbero mai di trattare un proprio simile e nemmeno un'altra specie in un modo tanto crudele senza nessun motivo o per delle differenze di genere.
E' una vergogna paragonare l'animale all'uomo. Lui caccia e uccide per necessità, loro l'hanno fatto per motivi assai sconosciuti per la mia mente, tra i quali il divertimento e un'idea di superiorità che mi fa molta paura.

Non è  un pezzo di storia che se n'è andato, ma un pezzo di storia che continua a vivere tra di noi come un fantasma. Basta accendere la tv e ascoltare qualche tg, per avere i brividi. Io la tv sto cercando di tenerla spenta da tempo. Al momento mi sta riuscendo piuttosto bene.


giovedì 14 febbraio 2019

Un silenzio pieno di parole: Ferro 3.

Come potevo non scrivere oggi?
In una ricorrenza come questa?

Stamattina  mi sono svegliata presto, prima del suono della sveglia e mi sono messa a guardare un video (era davvero troppo presto per alzarsi). Nel video in questione il ragazzo consigliava dei film per la giornata di oggi.

Il primo della lista consigliata era Ferro 3.

La trama di questo film è davvero molto semplice.
E' la storia di un ragazzo che ogni notte o quasi, vive in una casa diversa. Case temporaneamente vuote. La sua tecnica per scoprire se sono libere è quella di appendere un volantino alla porta di casa:  se il volantino non viene tolto, significa che in casa non c'è nessuno e quindi, in quel caso, entra.

Inizia vivere in queste che per lui sono nuove case, con un rispetto che lo contraddistingue ad un ladro. Non entra per rubare, ma per aggiustare cose rotte, sistemare stanze, pulire, lavare vestiti, finchè un giorno, la sua teoria dei "volantini  non tolti dalle porte" si sgretola ed entrando in una delle abitazioni, scopre che non è vuota, ma all'interno c'è una donna, la proprietaria.

Sarà il principio di una relazione, la loro, di conoscenza, fiducia e amore che strapperà la donna dalla sua abitazione e li porterà lontani ogni notte in una diversa camera da letto, cucina, bagno.
Lui la strapperà dalla condizione di violenza che vive in casa propria, per portarla nel suo mondo unico per aggiustarla, pulirla, sistemarla e donarle nuova vita.

Non vi posso dire di più, non vi voglio dire di più.
Quale giorno meglio di oggi, è ottimo per guardare questo capolavoro?

Se non sapete cosa fare stasera, sia che siate in coppia, sia che siate soli, vi consiglio questo film.
Se poi amate la fotografia, il silenzio pieno di parole, il ricostruire piuttosto che il ricomprare, questo è il film che fa per voi.

Perchè l'amore è tutti i giorni, ma più che l'amore, il rispetto è tutti i giorni, la fiducia è tutti i giorni, l'amicizia è tutti i giorni. La violenza è MAI, mai e poi mai.

venerdì 8 febbraio 2019

IT, la paura dei clown e la valle perturbante

Sabato scorso ho visto IT, il nuovo remake del film uscito mi pare ormai due anni fa.

Partendo dal presupposto che non ho mai voluto vedere il film originale e tanto meno leggere il libro, poiché ho il terrore dei clown da sempre, anno scorso avevo tentato la lettura del romanzo, ma dopo un centinaio di pagine, non ce l'ho più fatta. Non per la paura, ma per la lunghezza di tutto il racconto, che sembrava non prendere mai il via. Che fatica!

Non so precisamente da dove derivi la mia paura del clown in generale, non me lo sono mai chiesta prima di questi ultimi anni. Dovrebbe essere una figura che fa ridere, divertire, a me mette il panico e inquietudine in generale. La stessa cosa mi succede con le bambole, per me terrorizzanti. Così ho fatto una ricerca ovviamente.

La paura della figura del clown ha un nome, ovvero COULROFOBIA, che è appunto il timore irrazionale ai pagliacci per il modo in cui il nostro cervello percepisce alcune espressioni facciali.
Essendo di fatto il clown, una persona, il nostro cervello registra i movimenti del volto quanto tali-reali- umani , ma incrocia il tutto con una rappresentazione (che dovrebbe essere divertente con naso a patata rosso, bocca grande, viso truccato in maniera importante) esagerata e fantasiosa. Questo insieme di umano e fantastico, per il nostro cervello, può essere percepito come un turbamento, quindi una paura sicuramente irrazionale, ma altrettanto reale.

Questo fenomeno di turbamento viene chiamato "Uncanny Valley" - o valle perturbante- denominato così da uno studioso di robotica degli anni 70 (Masahiro Mori) che fece una ricerca su alcuni campioni umani relazionati ad alcuni robot.
Si è registrato che più il robot esteticamente ed espressivamente assumeva sembianze umane (pur essendo informati che la figura davanti a loro era un automa), più le persone reagivano con senso di inquietudine, repulsione, turbamento. Da li il termine di valle perturbante. La valle perturbante è il punto nel quale, la percezione umana si avvicina maggiormente al riconoscimento del robot come un qualcosa di terreno e non di artificiale.

Si può concludere quindi che abbiamo paura del diverso, tanto quanto del troppo simile. Perché ad un certo punto la nostra percezione non rileva più, in maniera irrazionale e no, che cos'è reale e che cosa è finzione o artificiale. E qui si potrebbe aprire un dibattito sulla robotica che credo non finirebbe più, ma non era li che volevo arrivare.

Adesso ho capito come mai non  riesco ad entrare nella casa del terrore di Mirabilandia (per fare un esempio) perché in questo parco giochi, pagano delle persone, degli attori, per incutere terrore, quindi per rendere il tutto un po' più reale, dentro ad una casa stregata di finzione.

Tutto il film (come il libro credo, pur non avendolo letto) si basa sulle paure che abbiamo noi umani. In pratica la figura del clown è sempre presente come immagine finale di paura di finzione, ma prima di essere un clown, per ognuno dei protagonisti del film, è "la cosa" che  più al mondo gli spaventa. Per una ragazzina prende le sembianze del padre che la maltratta, per un ragazzino ipocondriaco, prende le sembianze di una persona ammalata gravemente ecc. ecc....

Seppure in alcuni punti, il film è stato il terrore per me, trovo che l'idea sia stata un geniale (e per quanto possa esserlo un film horror, gradevole) e che inevitabilmente toccherà la maggior parte degli individui che lo vedranno. Tutti noi abbiamo delle paure nascoste, e continueranno a farci tanta paura finché  non riusciremo a scindere quello che è reale e quello che no, e finché non impareremo ad affrontarle.

martedì 5 febbraio 2019

Recensione (la mia esperienza): La Tigre e l'acrobata

Pochi giorni fa, ho finito di leggere il nuovo libro di Susanna Tamaro.
Mi era stato consigliato da un' insegnante che viene a fare le cure termali nel centro in cui lavoro.
Si può dire che mi fido quasi ciecamente dei gusti di questa persona. Insegna lettere e dopo due parole scambiate con lei, credetemi, vi fidereste anche voi.

Ci ha preso anche questa volta. Non so, ci prende sempre. Forse perché io e lei abbiamo gusti simili, forse perché l'età le consente di vedere più in là.

La tigre e l'acrobata è un romanzo di fantasia inventato appunto dalla scrittrice, che io chiamerei quasi quasi favola.

-Sappiate che sono andata a vedermi le differenze tra fiaba e favola per usare il vocabolo giusto. La favola è quella storia scritta in prosa, tramandata a voce o scritta dove i protagonisti di solito sono animali che però hanno caratteristiche umane, come il saper parlare, ragionare, litigare, amare. Parla solitamente di eventi quotidiani e quindi realistici, e la prosa usa un linguaggio più complesso rispetto alla fiaba-

Quindi ricominciamo. La tigre è l'acrobata è una favola, la quale protagonista è appunto una tigre. Il racconto inizia con la sua nascita e finisce come potete immaginare con la fine della sua vita.

Durante la sua esistenza, la tigre imparerà le basi della sopravvivenza dalla madre, i valori ai quali aspirare da un uomo sciamano incontrato in una capanna, e cosa significa non essere liberi in un circo.

La storia viene raccontata in capitoletti di poche pagine ciascuno. La scrittura della Tamaro è piena di metafore, descrizioni, molto semplice, scorrevole e per questi motivi diretta.
Seguiremo la nostra tigre nella sua continua ricerca del sé, per questo il libro lo consiglio più che altro ad un pubblico adolescente o al massimo adulto. Non so se sia adatta ad un pubblico troppo giovane, poiché è semplice, ma complesso nei temi.

Spero abbiate l'occasione di leggerlo, perché l'ho trovato davvero interessante e devo dire PULITO. Ecco si, pulito credo sia il termine che più mi rimanda a questa scrittrice.


link al video recensione sul mio canale YT:
https://youtu.be/8HYH0WJoBpU





lunedì 4 febbraio 2019

Papà e pozzanghere

Quando ero piccola e pioveva, ero contenta, ma solo se si usciva in macchina.

Sono sempre stata seduta dietro, mica come adesso che vedo mamme con in braccio i propri figli nel sedile del passeggero, davanti!
Sono stata seduta dietro per davvero tanti anni, che quando è stato il momento di passare al lato passeggeri, hanno dovuto dirmelo. Se fosse stato per me, forse starei ancora nei sedili posteriori.

E' sempre stata, la macchina, un qualcosa di soporifero per me. Tempo 5 minuti, forse meno e mi trovavi addormentata. Oggi devo dire che la cosa non è cambiata molto, a parte se guido che ok, li sono sveglia per forza.

Ma quando pioveva, mi mettevo al finestrino e chiedevo a mio papà (solo a lui però) di andare volutamente dentro alle pozzanghere, perché mi piaceva vedere il ventaglio di acqua sul vetro e contro la macchina.

Ci ho pensato l'altro giorno che appunto pioveva. Sono entrata in una pozzanghera (non volutamente) e per la millesima volta la macchina ha fatto quel rumore terribile e mi ha tenuto in strada.
Andavo pianissimo ovviamente, quindi non ci sarebbe stato nessun pericolo, tanto che ho pensato a quando lo chiedevo a lui.

Inizialmente mi diceva di no, perché era pericoloso, era una cosa da non fare e da evitare possibilmente, ma poi rallentava (solo nelle strade a fianco a casa, dove non passava nessuno) e davvero pianissimo nelle pozze ci entrava. E io ridevo, e per lui bastava.

Ci penso ogni volta che piove e sono in strada. A volte facciamo delle richieste ai nostri genitori, e spesso ci lamentiamo perché ci rispondono con un NO. Dagli occhi di un bambino, è tutto molto semplice: "questa cosa mi fa ridere, mi diverte, non costa niente e allora perché mi devi dire di no?"
Siamo troppo piccoli per capirlo.

Ma adesso so che gli ho sempre chiesto una cosa pericolosa e che per quanto ha potuto, pur di vedermi ridere, ha trovato il modo sicuro, per farmela vivere.

Spero di essere un genitore così da grande. Certo non un genitore che mette a rischio i propri figli (di fatto mio papà non lo faceva), ma qualcuno che, quando mio/a figlio/a sarà grande, gli verrò in mente e potrà ricordarmi nelle pozzanghere o in due gocce di pioggia, capendo che per farlo felice, ho fatto cose pazze, spesso anche contro logica, per riuscire a sentirlo ridere.